Niente schemi, un’unica porta e due squadre si
accanivano per il possesso del pallone, sotto l'unico
lampione dalla fioca luce; la polvere si addensava e il
tutto prendeva parvenza di rito tribale.
Piedi nudi, sporchi, callosi, feriti, il dolore a fine partita.
Arbitro che sentenziava, una delle tante mamme che
con un grido poneva fine al gioco, ordinando il rientro
per la cena. Nel tentativo di ricomporre le squadre,
i più ostinati cedevano subito dopo un altro urlo.
Mariolino lo faceva suo nella speranza che l'ordine fosse diretto a lui, ma erano solo attimi che presto svanivano per lasciare posto alla solitudine nel cuore.
Estratto dal racconto (La tetra casa) dal libro"Vaghezze nel soffio vitale"
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